“Perché dove due o tre sono riuniti nel mio nome, Io sono in mezzo a loro” (Mt 18,20)
Mai nella mia vita promessa evangelica si è concretizzata più vistosamente che nel triduo Pasquale appena trascorso. Su invito di Don Giovanni Iacono, Rettore del nostro seminario pavese, e delle missionarie del Vangelo, Ursula e Chantal, ventitré amici ed io abbiamo vissuto il Triduo Santo al centro di vita “La vite e i tralci” di Albareto.
La presenza di un gruppo così nutrito, a celebrare la Passione di Gesù, sfida la credenza comune che le Chiese si stiano svuotando dei giovani e testimonia quanto le panche si stiano riempiendo proprio a partire dalla gioventù universitaria, che, in un’epoca di così poche certezze, da Cristo necessariamente le cerca.
Sorge spontaneo domandarsi come siano arrivati questi ragazzi a vivere insieme i giorni più densi del calendario liturgico. La risposta non è la medesima per ciascuno dei partecipanti, tanto che non tutti si conoscevano in precedenza, ma in questi giorni l’alchimia è stata tale da potercelo dimenticare.
Alcuni si sono conosciuti frequentando il gruppo delle Missionarie del Vangelo, altri appartengono alla Gioventù Francescana, altri ancora hanno conosciuto la vivace comunità del Seminario in varie edizioni del percorso di catechesi “Le Dieci Parole”. Essendo stata questa la seconda edizione dell’esperienza, coloro che vi avevano già partecipato tornavano cercando dei momenti altrettanto intensi, chi invece giungeva come prima volta faceva affidamento sugli amici entusiasti e sulle care guide esperte.
LA PREPARAZIONE: “Dove vuoi che andiamo a preparare perché tu possa mangiare la Pasqua?” (Mc 14,12)
Alcuni di noi, nelle serate della settimana Autentica, si sono riuniti con più assiduità del solito per la messa feriale in Seminario, dove Don Giovanni ha iniziato a coltivare in noi un clima di ascolto e preghiera con alcune meditazioni evangeliche, che ci hanno introdotto al Mistero della Passione.
Lunedì il vasetto di Nardo sprecato da Maria ha inebriato i nostri sensi spargendosi con il suo profumo nella nostra anima. Questo gesto è stato per noi prefigurazione del Sangue di Cristo sparso sul Legno della croce e simbolo di un Amore eccessivo che ci ha scelti singolarmente per sé senza riserve, calcoli o bilanci.
Similmente Martedì quando è calata la notte per gli apostoli, noi eravamo con loro a confrontarci sulle zone oscure dell’animo umano, zone in cui però Cristo, pur angosciato e consapevole del suo Destino, ha voluto spingersi. Ci siamo così domandati quali fossero le notti della nostra vita macchiate da tradimenti e ferite in cui, fino a quel momento, non avevamo lasciato che il Signore penetrasse. Ci siamo dunque sentiti sfidati a dare un nome a quei momenti che ora, come offerta, avremmo portato con noi in ritiro, perché Egli li trasformasse.
Mercoledì siamo rimasti a contemplare il tradimento di Giuda, riconoscendo le volte in cui anche noi, con le nostre azioni, abbiamo tradito il Signore per guadagno. E, più che sul tradimento arcinoto, ci siamo soffermati stupefatti riconoscendo che, pure nell’orrore dell’essere stato tradito, Cristo ha cercato di raggiungere Giuda, ancora “Fratello Giuda”. Lo ha chiamato di nuovo amico mentre da lui veniva consegnato e ha acconsentito a ricevere un ultimo bacio prima della Sua Croce proprio da lui.
Dopo questi giorni, dunque, in cui ci siamo sentiti chiamati “Amici e non più servi”, dove Cristo ha voluto Chiamarci sposi, abbiamo iniziato ad apparecchiare la Pasqua per Gesù nel nostro cuore, stando sull’attenti, coi fianchi cinti, pronti per partire quando ci avesse chiamati ad uscire dalle case del nostro Egitto.
IL GIOVEDÌ: “Ho desiderato ardentemente di mangiare questa Pasqua con voi, prima della mia Passione, perché Io vi dico: non la mangerò più, finché essa non si compia nel regno di Dio” (Lc 22,15-16)
Arrivando ad Albareto sulle porte delle nostre stanze abbiamo trovato i nostri nomi accompagnati da un passaggio biblico scelto casualmente, un’immagine che sottilmente alludeva ai nomi incisi sugli stipiti delle case ebraiche in Egitto, coperte dal Sangue salvifico dell’Agnello.
E, in questa piccola sorpresa allestita da chi ci ama sulla terra, alcuni di noi hanno potuto sentire la carezza del Signore in modo più ancora più nitido, trovando dei versetti particolarmente significativi per la propria storia. Così è stato per due giovani sposi che con noi hanno trascorso il triduo che hanno potuto rileggere il Vangelo proclamato al loro matrimonio.
In questi giorni, la dimostrazione del loro amore sponsale e la fedeltà alla sua vocazione di Don Giovanni, ci hanno accompagnato come testimonianza plastica della Grazia che opera nella vita di chi si lascia guidare da Dio e porta frutto abbondante.
Dopo aver condiviso quello che ciascuno di noi avrebbe portato all’altare e quei fardelli che avremmo voluto affidare ai piedi della Croce, abbiamo iniziato ad immergerci nella liturgia della Coena Domini, prima comprendendone il significato nella tradizione, poi vivendola con intensità rinnovata.
Ci siamo lavati i piedi l’un l’altro, ascoltando l’invito del Signore, chinandoci a bagnare i piedi dei nostri amici con acqua ed essenza di Nardo, facendo esperienza di un Amore eccedente che per noi si è offerto totalmente.
Abbiamo celebrato l’ultima messa prima della Pasqua, inginocchiandoci e contemplando nelle nostre mani Cristo che quotidianamente si fa Pane chiedendo di essere portato attraverso noi al mondo.
Infine abbiamo adagiato il suo Corpo nella dimora provvisoria dell’altare della reposizione, dove ci avrebbe atteso per la Sua Passione, donandosi a noi fino a quando di Lui non fosse rimasto più nulla.
L’assemblea non si è sciolta con una benedizione, anzi, non si è sciolta affatto. La liturgia in questi giorni ci ha educato a vivere come i discepoli con il fiato sospeso, senza mai espirare fino al fuoco nuovo della Veglia di Pasqua. Non ci siamo segnati con la croce né siamo stati congedati affinché andassimo in pace. Tutt’altro: siamo rimasti inquieti ai piedi dell’altare, dove si era compiuto per noi il Sacrificio, vegliando nella preghiera, come nel Getsemani, e ascoltando ciò che il Padre ci avrebbe voluto rivelare. E lì, dove si era consumato il segno del Suo Amore, abbiamo deposto ognuno un piccolo foglietto, su cui avevamo annotato l’interrogativo che desideravamo trovasse risposta in questi giorni.
IL VENERDÌ: “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici” ( Gv 15,13)
Posti davanti alla chiamata a lasciarci amare e amare i nostri fratelli a Suo modo, ci siamo immersi in un lungo tempo di preghiera individuale, cercando di fare silenzio nel nostro cuore perché Lui potesse veramente parlare sopra il rumore dei nostri pensieri.
E dalla sovrabbondanza delle Sue parole abbiamo attinto per condividere con i nostri amici in piccoli gruppi. Ne è emerso come il lavoro del Signore interviene nella nostra vita lentamente similmente a una goccia che erode la pietra, come la gratuità del Suo donarsi ci destabilizza e come nel nostro deserto interiore siamo sfidati a lasciargli carta bianca.
Ci siamo introdotti nel pomeriggio percorrendo con Gesù la via della Sua Croce, meditando su tutte le croci che continua a portare con il Suo Corpo, la Chiesa, sopportando le sofferenze del mondo pervaso da guerre, ingiustizie e crudeltà umana.
Al termine del nostro Calvario abbiamo dovuto constatare la morte di Gesù, vivendo la liturgia della Passione del Signore. Ci siamo soffermati sul termine memoriale, così definendo le celebrazioni del Triduo Santo, consapevoli di come il Suo Sacrificio sia perfetto e compiuto. In questo modo, è come se fossimo stati con lui nella Gerusalemme del 33 d.C.
Abbiamo scoperto la differenza tra “memoria” e “memoriale”, facendo esperienza di come il Suo Sacrificio sia perfetto e compiuto, e non abbia bisogno di essere ricordato ma piuttosto solamente di essere vissuto. Insieme, siamo stati veramente con Lui a Gerusalemme, ai piedi della Sua croce.
La cappella si è svuotata del Suo Corpo nel Pane e così il tabernacolo, aperto e deserto, ci ha ricordato il Suo fianco trafitto. Abbiamo spento tutte le candele, segno che la viva Presenza del Signore non risiedeva più lì tra noi.
Abbiamo adorato la Croce, non in quanto strumento di tortura del nostro Salvatore, ma come legno che ha portato il corpo trafitto dalla “Felice Colpa che meritò un tale e così grande Redentore”.
Davanti ad essa ci siamo inchinati e abbiamo fissato lo sguardo sul nostro pastore Don Giovanni, mentre si prostrava al suolo come nel giorno della sua ordinazione, come simbolo della Chiesa sposa, che si sente avvilita alla morte del Suo Sposo e, nel luogo della Sua morte, decide di donarsi a Lui, pur nella sua limitatezza.
Al termine della pregnanza di questo atto liturgico, ci siamo soffermati sul sacramento della Riconciliazione, ricordandoci del suo valore nel percorso della Salvezza che Cristo ha preparato per la sua Chiesa. Ed esaminando le nostre coscienze, abbiamo predisposto il nostro cuore alla possibilità di confessarci il giorno seguente, prendendo nota e deponendo ai piedi del Crocifisso una mancanza d’amore per la quale domandavamo perdono.
IL SABATO: «Ecco, io faccio nuove tutte le cose» (Ap 21,5)
Entrare la mattina del sabato in chiesa con un tabernacolo spalancato e vacante, senza nemmeno il crocifisso è stato sconvolgente. C’era soltanto Maria, che con le donne era rimasta, dopo aver assistito alla morte del Suo Figlio e Salvatore, affidata a Giovanni e alla Chiesa che stava nascendo. Con lei abbiamo sostato nel mistero di una terra che sbocciava in primavera con una rara bellezza, pur avendo inghiottito nel suo ventre il suo stesso Creatore. Con lei abbiamo udito le parole di chi si era pronunciato nel momento in cui noi non sapevamo più farlo.
«Grande silenzio perché il Re dorme: la terra è rimasta sbigottita e tace perché il Dio fatto carne si è addormentato e ha svegliato coloro che da secoli dormivano. Dio è morto nella carne ed è sceso a scuotere il regno degli inferi […], va a cercare il primo padre (Adamo), come la pecorella smarrita. […] E, presolo per mano, lo scosse, dicendo: “Svegliati, tu che dormi, e risorgi dai morti, e Cristo ti illuminerà. Io sono il tuo Dio, che per te sono diventato tuo figlio, e nella mia potenza ordino […] a coloro che erano morti: Risorgete! […] Infatti non ti ho creato perché rimanessi prigioniero nell’inferno. Risorgi dai morti. Io sono la vita dei morti. Ti fu proibito di toccare la pianta simbolica della vita, ma io, che sono la vita, ti comunico quello che sono. Il trono celeste è pronto, pronti e agli ordini sono i portatori, la sala è allestita, la mensa apparecchiata, l’eterna dimora è addobbata, i forzieri aperti. In altre parole, è preparato per te dai secoli eterni il regno dei cieli» (da un’antica omelia sul Sabato Santo).
«Le icone orientali mostrano Gesù che scende nello Sheol, ne abbatte le porte, raggiunge Adamo, lo solleva, lo prende per il polso (dove si misura la vita) e lo trascina con sé. E dietro Adamo si avvia l’immensa carovana, l’immenso pellegrinaggio dell’umanità verso la vita» (E. Ronchi).
Cristo, sceso negli inferi della terra e del nostro cuore ci ha preso per i polsi perché non scivolassimo dalle sue mani e con forza ci ha trascinato a sé perché tornassimo a vivere con Lui fino al Regno, dove in eterno con lui Regneremo. La Sua “Catàbasi” fa tremare il mondo, che si riassesta in un nuovo equilibrio.
Lo Sbigottimento della cappella vuota si è trasformato in brulichio all’annuncio della fine delle tenebre. Nella luce del giardino, Eden, Getsemani e poi Gerusalemme celeste, abbiamo potuto godere della Riconciliazione e, animati da una ritrovata gioia ci siamo ritrovati a confessare le nostre fatiche e speranze anche agli amici, ritrovandoci così simili e compresi tanto da piangere lacrime di sollievo.
Quando la cappella era diventata luogo quasi ostile nell’eco della sua voragine, abbiamo trovato lo Spirito nel Tempio che erano i nostri amici, nel luogo in cui il Suo Corpo aveva voluto donarsi.
Ci siamo adoperati per ornare una chiesa che sarebbe tornata a riempirsi: con la legna per accendere le fiamme della Pasqua, con i fiori che sull’altare avrebbero assistito al rinnovamento della Promessa di Gesù di essere con noi ogni giorno nel Suo Pane fino alla fine del mondo.
LA VEGLIA: “è risorto, come aveva detto; è risuscitato dai morti, e ora vi precede in Galilea” (Mt 28, 6-7)
La notte stellata ha iniziato a risplendere anche nel braciere, dove abbiamo lasciato ardere le nostre domande e i nostri errori, perché la Pasqua potesse essere alimentata dalla nostra umanità.
Da quel fuoco abbiamo attinto per illuminare il cero pasquale e le nostre candele, che abbiamo acceso in una catena di fiammelle.
Queste fiammelle, singolarmente flebili e poco resistenti al vento, di concerto tuttavia, sono state in grado di rianimare la cappella buia. Allo stesso modo l’unione dei fedeli, da soli pochi e impauriti, è in grado di spargere la Luce del Signore nel mondo.
Abbiamo gioito ed esultato all’Annuncio del Cristo Risorto che ha fatto nuove tutte le cose, dando senso a tutte le profezie veterotestamentarie che abbiamo udite proclamare nella liturgia della parola.
Dalla luce del cero è stata benedetta l’acqua nuova, che genererà alla Chiesa nuovi figli, che ci avrebbe asperso e lavato come nel giorno del nostro Battesimo, che, infine, verrà usata per cospargere i figli riaccompagnati alle porte della Casa Paterna.
Finalmente il Sacrificio si è rinnovato, l’Agnello è tornato sulla nostra Mensa e noi ci siamo nutriti nuovamente di Lui.
La Domenica di Pasqua siamo rientrati nelle nostre Galilee, lasciando che il Signore ci precedesse, impegnandoci a portare nelle nostre realtà quotidiane il buon annuncio e la gioia scoperta in quella comunità.
E nelle nostre Galilee ci siamo dati appuntamento, tra di noi e con il Signore, nella consapevolezza che non siamo soli a camminare nella quotidianità sulle vie del Risorto.
Camilla










Il presente articolo sarà pubblicato sul Settimanale Diocesano Il Ticino, nel numero del 24 aprile 2026.
