«Chiamati a seminare la speranza». Giornata del Seminario 2024

Dall’Editoriale su Il Ticino del 22 novembre 2024
di don Giovanni Iacono, Rettore del Seminario Vescovile di Pavia

«Sotto la neve, pane». Così recita un antico adagio, frutto dell’esperienza contadina e di una sapienza antichissima che trova conferma nella Sapienza rivelata, quando Isaia, scrivendo dell’efficacia della Parola di Dio, adopera l’immagine della pioggia e della neve che non ritornano al cielo senza prima aver fecondato e fatto germogliare la terra «perché dia il seme a chi semina e il pane a chi mangia» (Is 55,10). E sorge quello stupore che coglie Pietro Spina – protagonista del romanzo di Ignazio Silone, Il seme sotto la neve – quando esclama: «Quale avvenimento emozionante fu per me un mattino la scoperta, in quella zolla di terra, d’un chicco di grano in germoglio… Ah, tutto il mio essere, tutta la mia anima, si raccolse d’un tratto attorno a quel piccolo seme».

È l’inverno la prima stagione dell’anno. La vita che sboccia in primavera in realtà nasce proprio in inverno: sotto il gelo e la neve non c’è morte, non c’è immobilismo, ma una vita che brulica e si prepara ad esplodere, anelando di venire alla luce. Il contadino lo sa e per questo benedice la neve che, posandosi sui campi seminati in autunno, custodisce e fa germinare i semi, come il telo della massaia ricopre il pane in lievito. Tempo dunque di attesa, di vita e di speranza, il tempo della neve.

Ci può essere vita brulicante, tuttavia, anche sotto la coltre dei tanti «inverni» che raggelano questa epoca? Non lo saprei dire con esattezza, ma il Giubileo ormai alle porte, che ci vuole tutti pellegrini di speranza, ci conduce forse a questo atto di fede. L’immagine di un germoglio che si fa spazio tra la neve, in cerca dei raggi del sole, è da qui l’immagine scelta per questo anno di seminario, facendo eco al tema suggerito da papa Francesco per l’ultima Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni, «chiamati a seminare la speranza».

Proprio attraversando l’inverno vocazionale che sembra abbattersi sulle nostre Chiese, almeno in Occidente, siamo chiamati a giocare in perdita, a continuare a gettare semi di evangelica speranza proprio sui solchi di terreni apparentemente inariditi, sapendo che è già presente il regno di Dio che è «come un uomo che getta il seme sul terreno; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa» (Mc 4,26-27).

È questa l’esperienza che si rinnova ogni fine settimana per me che, insieme ad Alessandro, a Giacomo e a Luca, da più di un anno ricevo il dono di visitare una parrocchia e un oratorio diverso della Diocesi: luoghi aperti e accoglienti dove bambini, ragazzi e giovani trovano preti, suore, educatori e volontari che, senza fare notizia e senza scoraggiarsi, dissodano le zolle di esistenze spesso segnate dalle fatiche dell’odierno panorama familiare e giovanile, per seminare futuro. E quanti ne vediamo di germogli di speranza, proprio in mezzo alla neve!

Allora impariamo a riconoscere nelle nostre vite la preziosità di questo tempo. È tempo di semina controvento quello impiegato studiando per l’esame più impegnativo, allenandoci per la gara decisiva, sacrificandoci per l’assistenza ad un familiare ammalato, spendendo tempo e risorse in un’associazione di volontariato, prendendoci cura di cammini di educazione o di crescita personale. E sappiamo bene che chi semina scarsamente, scarsamente raccoglierà: non stanchiamoci di seminare a larghe mani e, davanti alle nostre tempeste di sfiducia, non rinunciamo a gettare semi di speranza!

«Non stanchiamoci di operare – scrive Agostino di Ippona nel Discorso 358 – seminiamo tra le lacrime… D’inverno si semina con fatica. Ma l’asprezza dell’inverno non ha mai distolto il contadino dal gettare nella terra il frutto selezionato con tanta fatica. Non si arresta, lo getta in terra, tremando di freddo, ma sollecito. Perché sollecito nonostante il freddo? Scuotono la pigrizia fede e speranza. Non vede certo la messe ma ha fede che spunterà. Non raccoglie già ora i frutti ma spera di raccoglierli; e si rianima con questa fede, con questa speranza, così che sopportando il grande disagio del freddo, butta il seme nella terra ed è sicuro di poter raccogliere con l’aiuto di Dio frutti abbondanti secondo il suo lavoro e la sua fatica». Così è di ogni vocazione: come quel granello di senape, il più piccolo dei semi, apparentemente insignificante, ma della stessa «inutilità» di un chicco di grano che, insieme a tanti altri, ci dona il Pane quotidiano, oppure di un abbraccio o di una carezza che fanno fiorire e alimentano una relazione di amore.

E allora sogniamo distese di neve che preparano terreni di grano biondeggiante per la mietitura, con gli occhi già di chi, dopo il tempo della semina e della neve, torna indietro con gioia portando i suoi covoni! Non stanchiamoci di seminare e di sognare con sguardo profetico, perché – come scrive Kahlil Gibran nel suo Il profeta – «come i semi sognano sotto la neve, il vostro cuore sogna la primavera. Fidatevi dei sogni perché in essi è nascosto il passaggio verso l’eternità».

don Giovanni Iacono

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