Riccardo Cambisio ammesso agli ordini sacri

Martedì 5 dicembre Riccardo Cambisio, seminarista di Pavia, ha compiuto la prima tappa verso il sacerdozio con l’ammissione agli ordini sacri. Di seguito pubblichiamo l’omelia pronunciata da S.E. Mons. Corrado Sanguineti durante la celebrazione.

Carissimi amici,

Questa sera accompagniamo con la nostra preghiera e il nostro affetto il seminarista Riccardo Cambisio che vive una tappa del suo cammino verso il sacerdozio: il rito dell’ammissione tra i candidati al sacramento dell’Ordine. È un rito sobrio ed essenziale con il quale la Chiesa, nella persona del Vescovo, dopo un primo discernimento, riconosce in Riccardo la presenza di un’autentica vocazione al ministero presbiterale, e allo stesso tempo, lo affida all’amore fedele e benedicente di Dio e alla preghiera e alla custodia della comunità cristiana.
Ed è bello che questo passo importante nel tuo cammino, carissimo Riccardo, avvenga all’inizio dell’Avvento, tempo in cui siamo tutti chiamati a risvegliare il nostro cuore nell’attesa del Signore. La tua disponibilità a percorrere il cammino della tua vocazione, nel grembo della Chiesa che, come madre premurosa, ti accoglie e ti accompagna nel discernimento e nella verifica della chiamata particolare, è il segno di una libertà viva, che desidera corrispondere al disegno del Signore, seguendo Cristo nella strada che lui stesso va indicando.

Abbiamo ascoltato nella prima lettura un passo suggestivo del profeta Isaia, nel quale si evoca la figura messianica di un discendente della casa di Davide, con l’immagine del germoglio e della radice: «Un germoglio spunterà dal tronco di Iesse, un virgulto germoglierà dalle sue radici. Su di lui si poserà lo spirito del Signore, spirito di sapienza e d’intelligenza, spirito di consiglio e di fortezza, spirito di conoscenza e di timore del Signore» (Is 11,1-2).
Il germoglio esprime bene l’idea di qualcosa di vivo, che attinge la linfa vitale dal tronco e dalle radici, e anche l’idea di una realtà piccola, fragile, che annuncia il rifiorire della vita nella primavera: l’autore intravede per il futuro spuntare questo germoglio inatteso, dal tronco della casata di Iesse, padre di Davide, e contempla la pienezza dei doni dello Spirito che consacrano la figura di questo discendente regale come vero messia d’Israele. Intorno a questa presenza, che finalmente «giudicherà con giustizia i miseri e prenderà decisioni eque per gli umili della terra» (Is 11,4), si compie un rinnovamento della natura, dove regna l’armonia anche tra animali prima ostili gli uni agli altri, e perfino tra i piccoli dell’uomo e i serpenti velenosi. Sono immagini di un mondo riconciliato, dove non dovrà esserci più spazio per la violenza e la paura, e rimandano a un futuro che sembra andare oltre i limiti e i confini della storia.

Noi, ascoltando questa parola profetica, abbiamo negli occhi il suo iniziale compimento nella venuta e nella presenza di Gesù, Messia discendente da Davide, re di pace e di giustizia, ricolmo dello Spirito, che dimora in lui: è Cristo il germoglio nuovo che fiorisce sull’antico tronco di Iesse, il virgulto che germoglia dalle radici d’Israele, e davvero con lui inizia una nuova vita, la presenza ancora umile e nascosta del Regno di Dio già all’opera nella nostra storia. Si tratta di una presenza che non s’impone, che cresce nel silenzio, anzi i suoi inizi sono, umanamente parlando, di una povertà impressionante: un bimbo che nasce in una mangiatoia a Betlemme, un giovane che per anni vive nell’ignoto villaggio di Nazaret, un uomo che percorre le vie della Galilea e della Giudea, regioni periferiche del grande impero di Roma, circondato da folle di gente umile e di bassa condizione, e seguito da un gruppo di discepoli non particolarmente brillanti ed esemplari.
Eppure è l’inizio di una storia e di una presenza che nulla riuscirà a fermare o ad annullare, tanto che ancora oggi, nella nostra vita, Gesù Messia e Signore entra in dialogo con noi, ci attira a sé con umiltà e mitezza, ci chiama a seguirlo nella comunità dei suoi discepoli e amici, nella sua Chiesa, e continua a proporre ad alcuni tra noi nella libertà del suo Spirito, la chiamata a dedicare tutta la vita a Lui e al Vangelo, nel ministero sacerdotale, nella consacrazione religiosa, nell’opera missionaria.

Carissimo Riccardo, è questa la chiamata che ti ha raggiunto e alla quale stai rispondendo, giorno dopo giorno, con l’aiuto di sacerdoti e fratelli più grandi che ti accompagnano, in un’appartenenza alla Chiesa, madre di ogni vocazione: è un’appartenenza non generica, fatta di volti e di comunità, che diventa dimora e strada per un cammino personale di discernimento, di crescita nella fede e nella vita spirituale, di formazione per essere domani, se Dio lo vorrà, pastore e sacerdote secondo il cuore di Cristo, in questa Chiesa di Pavia, in questo presbiterio, per queste comunità.
Il tempo del seminario, che condividi con gli altri tuoi compagni di cammino, è proprio il tempo in cui aver cura del “germoglio” di vita, che il Signore sta facendo crescere in te, rimanendo ben radicato in Cristo e nella terra buona di una Chiesa che sei chiamato sempre più ad amare, a servire, ad arricchire con i tuoi doni, con il mettere in gioco tutto te stesso nell’amicizia con Cristo e nella risposta alla sua chiamata. Credo che in fondo ognuno e ognuna di voi secondo la propria storia, carissimi giovani amici qui presenti, siete chiamati allo stesso modo ad aver cura del germoglio che Dio ha posto in voi, rendendovi attenti e disponibili a quello che Gesù farà maturare in voi, e non perdendo mai il legame vivo con Cristo, la vera “radice di Iesse”, come canta la Chiesa nelle grandi antifone della Novena di Natale, la radice che comunica consistenza e fecondità alla nostra vita.
Così si esprimeva Papa Francesco, qualche giorno fa, nell’incontro con i sacerdoti, i consacrati e i seminaristi della piccola, ma vivace Chiesa del Bangladesh, richiamando il passo di questa sera di Isaia 11: «Germoglio è ciò che sta nel terreno, e questo è il seme. Il seme non è né tuo né mio: il seme lo semina Dio, ed è Dio che lo fa crescere. Ognuno di noi può dire: “Io sono il germoglio”. Sì, ma non per merito tuo, ma del seme che ti fa crescere. E io cosa devo fare? Annaffiarlo, annaffiarlo. Perché cresca e giunga alla pienezza dello spirito. (…) Come si può annaffiare questo seme? Curandolo. Curando il seme e curando il germoglio che comincia a crescere! Curare la vocazione che abbiamo ricevuto. Bisogna curarlo con tenerezza, perché ogni fratello del presbiterio, ogni fratello della conferenza episcopale, ogni fratello e sorella della mia comunità religiosa, ogni fratello seminarista è un seme di Dio. E Dio lo guarda con tenerezza di padre. (…) Curare vuol dire discernere. E rendersi conto che la pianta che cresce, se va da una parte, cresce bene; se invece va da un’altra parte, cresce male. E rendermi conto di quando sta crescendo male, o quando ci sono compagnie o persone o situazioni che ne minacciano la crescita. Discernere. E si può discernere soltanto quando si ha un cuore che prega. Pregare. Curare significa pregare. E’ chiedere a Colui che ha seminato il seme che mi insegni ad annaffiarlo. (…) Questa è la prima idea che vorrei darvi: l’idea di prendersi cura del seme affinché il germoglio cresca fino alla pienezza della sapienza di Dio. Curarlo con attenzione, curarlo con la preghiera, curarlo con il discernimento. Curarlo con tenerezza. Perché così Dio si prende cura di noi: con tenerezza di padre» (Incontro con sacerdoti, consacrati e seminaristi, Dhaka, 2/12/2017).

Preghiamo la Vergine Immacolata, in questo tempo d’Avvento, che lo Spirito ci insegni ad aver cura del germoglio, del seme di Dio nella nostra vita, con attenzione a ciò che si muove in noi e a ciò che accade, con tenerezza, con la preghiera, e con il paziente discernimento, con l’aiuto di fratelli e padri, di maestri e amici che il Signore mette sulla nostra strada.
Così porteremo frutti, crescendo ben radicati in Cristo, nella gioia di essere suoi amici. Amen!
+Corrado Sanguineti

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